venerdì 27 novembre 2009

Heinz Beck, l'ingrediente segreto

Non sarà l'appuntamento di un festival di cultura gastronomica, che sarebbe bello accadesse a Bologna prima o poi (magari anche senza la parola festival, in forma di rassegna con un po' di accadimenti...eh sì), ma è comunque un fine pomeriggio d'inizio settimana con uno degli chef più celebrati d'Italia, Heinz Beck de La Pergola, del . Che visto che è tedesco ti domandi cosa avrà capito più di quelli italiani per aver preso tre stelle Michelin nel nostro paese e per di più aver fatto funzionare il ristorante di un hotel (Roma Cavalieri Hilton) che è una cosa risaputamente difficilissima? (in questo forse, essere tedesco aiuta...;-)
Insomma, per chiudere una giornata di lavoro una presentazione di un libro e per di più la presenza di uno chef così, è molto più che un aperitivo.
Premetto...io il libro non l'ho ancora letto. Qualcuno l'ha fatto?

E' stata una bella occasione in cui è venuto fuori soprattutto l'uomo Beck e poi lo chef Beck, due entità totalmente fuse. E poi, credo di aver capito che quell'ingrediente segreto che Beck ha scelto per titolare il suo libro (all'Ambasciatori era lì proprio per presentarlo e per la cena a 200 euro cucinata dopo, per chi aveva prenotato... le foto provengono dalla cucina, coi giovani chef in azione) sia niente meno che il suo cuore. O meglio, il cuore che deve esserci a priori, in tutto. E' la passione vera il grimaldello che apre altri cuori e palati. Un po' di retorica che piace sempre, comunque.
Poi Beck ha affrontato vari temi. Dal lavoro con la brigata al rapporto tra cucina creativa e personale, dall'uso delle tecnologie e delle tecniche in cucina alla sua sperimentazione in campo nutrizionale e salutistico (punto interessante) fino all'ispirazione che c'è dietro alle ricette.
Tutto interessante.
Però non posso nascondere di aver avuto l'impressione che in alcune occasioni l'approfondimento sugli argomenti non arrivasse dove doveva. Essendo lui attorniato da "attori" del mondo gastronomico italiano (c'erano a presentarlo Stefano Bonilli, Max Bergami dell'Alma Graduate School Università di Bologna e direi il fiduciario di Slow Food Bologna Roberto Ferranti...direi) mi è sembrato che si dessero per scontato o per banali alcune cose che invece al pubblico, non così insider ma spettatore appunto, sarebbero interessate molto.
Ad una signora che chiedeva più informazioni sui contenuti dedicati all'uso tecnologie in cucina (cosa su cui il signore di Slow Food dimostrava un po' di diffidenza) la risposta è stata vaga, girata sugli utensili più che sulle tecniche. Capitolo, invece, che a noi che stiamo dall'altra parte interessa tanto. In più Bonilli, a una richiesta di ancor più chiarezza della signora, ha detto che se si doveva "tornare sul servizio di Striscia la notizia la si poteva finire lì"...La polemica televisiva per lui era stata sufficiente. Ma la mia impressione è stata che la signora non volesse riesumarla, bensì che volesse davvero saperne di più di quelle cose che succedono dietro le quinte e che noi conosciamo solo attraverso i media.
Insomma...un po' di confusione.
Comunque ecco un po' di cose che ha detto Beck.

Tecnica-Prevenzione Sono sempre del parere che l'innovazione sia sempre al servizio del cuoco. Se migliora il piatto nella sua salubrità senza sacrificare il gusto va bene. Se usiamo le tecniche non trasformiamo però il cibo in altro. Da parecchio tempo studio invece il valore delle materie prime e l'effetto che hanno nel nostro organismo come l'oscillazione dei valori dell'insulina nell'organismo, dopo pranzo. Lo faccio per capire se andiamo verso la direzione giusta perché credo che il lavoro debba andare verso la soddisfazione dei bisogni del cliente e che il cibo sia una prevenzione per stare bene e avere più resistenza fisica. Per quel che riguarda l'uso di certi prodotti, come l'addensante a base di alghe che "usavo perché sono meglio di altro", li ho eliminati e molti li ho mandati a Modena al laboratorio di nanotecnologia per farli analizzare.
Le materie prime e il rapporto coi fornitori - Il tonno è pieno di metalli pesanti, gli scampi hanno i parassiti, la carne ha gli anabolizzanti...ma non è sempre facile risalire a cosa è veramente buono e cosa no. Anche le verdure ci sono in mezzo. La cosa più importante in questo senso è il rapporto che tieni coi fornitori. E' l'unico modo per avere certezza sulla materia prima. Io ad esempio faccio il pesce crudo e per questo sto attentissimo a dove viene pescato. Lo compro praticamente vivo e faccio personalmente l'abbattimento. Se lo fa il fornitore non puoi avere il controllo su quello che arriva.
Come nascono le nuove ricette - dalle fonti più disparate. E bisogna cogliere il momento della creatività perché due giorni dopo può essere tardi. L'ispirazione la trovo nell'architettura, in un quadro, in un fiore. Non credo che la qualità si debba cercare solo nello specifico del prodotto. Più sei aperto al nuovo e ti fai influenzare, più ampio è il risultato. Ecco perché è importante il confronto coi ragazzi che lavorano con me.
Il menu - un menu non dovrebbe essere troppo vasto perché c'è il rischio che le materie prime rimangano. C'è il rischio di mandare fuori qualcosa che ha qualche giorno. E' importante la stagionalità delle materie prime. Quanto è grande la brigata e quanti piatti puoi sostenere.
Un piatto dal libro - Fagottelli alla carbonara (ma il sugo è dentro...tradizionale ma innovativo)
Tradizione e creatività - che tipo di significato diamo alla parola tradizione? Per me si evolve e si muove, ma lentamente. Se si muove velocemente viene snaturata, se è statica muore. Allora meglio slow
Il perché del libro - volevo raccontare quello che nel mio intimo succede, senza nascondere nulla, cosa che la maggior parte degli chef non fa mai...non racconta come si trasforma un'idea in un risultato finale. Insomma c'è una bella differenza nel dire "ho fatto una grande cosa" e dire cosa serve a fare quella grande cosa...siete in cucina e vi manca qualcosa...ecco, in questo libro troverete quel che cercate


sabato 21 novembre 2009

Te al matcha e anice stellato

Rapida, fulminea, corroborante. Idea carina per affrontare il grigio autunno e volergli più bene.
In questo il colore del maccia, la povere di te verde di cui ho parlato per la realizzazione della mia prima maccia-ricettina dei biscotti, è un toccasano. E il maccia-te non manca più nelle mie giornate. Aggentilito da qualche stella d'anice che si può comprare in buste zeppe dai negozi cinesi. Per Bologna segnalo il quartiere Bolognina, dietro la stazione. Un pacchetto circa 2 euro.
Ci tengo a dire che questo è il matccia te come l'ho pensato io. Istruzioni su come farlo secondo tradizione ce ne sono tante online!

Per il te (chiarisco subito che non possiedo ancora il chasen, ovvero il frullino di bambu per mescolare il tè in polvere con l'acqua bollente e nemmeno il chashaku e cioè il cucchiano in bambù per raccogliere il tè in polvere dal suo contenitore)

1 cucchiaino di povere di te verde
2 stelle d'anice
acqua calda

Metto un cucchiaino di maccia nella teiera
Aggiungo acqua calda
prendo una piccola frusta o una forchetta e mescolo la polvere velocemente che un po' schiuma
aggiungo le stelle
aspetto qualche minuto e bevo

giovedì 19 novembre 2009

Antica Bologna, nuovo formato di bar

Si dice sempre più che Bologna sia una città pigra, stanca, annoiata. E che solo con manifestazioni quali il Cioccoshow ritrovi improvvisamente l'antico splendore.
Dubito fortemente che sia una fiera del cioccolato ad illuminare la città spenta. Credo però che questa insieme ad altre iniziative la possa far rifulgere.
Vabbè, questo per dire che invece, girando di qua e di là per la città, mi accorgo che ogni giorno c'è qualcosa di nuovo. Un sacco di esercizi si rifanno l'immagine. Panifici che si ritoccano trasformandosi in panieri dei sapori chilometro zero, botteghe col lifting appena fatto per affrontare l'inverno con una nuova carica. E poi questi nuovi formati di bar o fast food per nulla tristi che ogni tanto fanno capolino.
Qualche giorno fa ad esempio è spuntata "Antica Bologna", caffetteria-pasticceria-pane&pasta-cocktailbar-bistrot dove un tempo c'era una banca. Da piazza dei Martiri, poco prima del parcheggio della Coop. Ha un nome che è un codice : AB_AM71. Davvero concettuale e sorta di acronimo. Antica Bologna Area Marconi 71 da cui si deduce la via e il numero civico (e la parentela con il forno, bar, pasticceria di via San VItale 88. Dove ho preso tanti caffè estivi negli anni passati).
L'esercizio lungo e stretto e con una curva ha sedute di vario tipo, anche sulla strada sugli alti panchetti. Insomma, segno positivo: ci si può sedere in vari punti. O davanti alla cioccolateria pasticceria, o difronte alla caffeteria oppure nell'area pane e pasta, primi e secondi, panini. All'entrata ti da il benvenuto un grappolo di prosciutti e una forma gigante di parmigiano. Dentro il personale è supergentile. Saranno i primi giorni? Speriamo di no. Ma davvero tutto ti spinge a restare. Tranne forse il fatto che il menu "caldo" da pranzo è ancora molto carnivoro. Tra i secondi non c'è nulla di vegetariano e a base di pesce. Ci sono i contorni, certo, ma ripiegare sui secondi non mi piace. Ho optato per un panino-crescentina con le zucchine incastonate a base di formaggio e radicchio (3.50 euro). Buono! E un succo di mirtillo (2.50 euro), che fa sempre il suo compito rinfrescante. La prossima volta proverò i dolci e spero che non dventi superaffollato. Per gli interessati: ci sono i quotidiani di Bologna, tutti rappresentati. E anche Manifesto e Liberazione, due mosche bianche delle letture da bar.





martedì 17 novembre 2009

I maccia conigli per la colazione

Come avevo anticipato domenica, ecco cosa ho fatto con una minimissima parte del maccia (si scrive matcha, ma a me piace come lo scrive l'amica Chizu) che mi ha portato da Tokyo. Una piccola parte, sottolineo, perché si tratta di due cucchiaini di questa polvere della salute che sarebbe poi il te verde in polvere col te che si produce a Uji, Kyoto, anche se poi la tradizione arriva dalla Cina in Giappone alla fine del 1110 col buddismo Zen, come si legge qui. E il maccia è al centro della famosa cerimonia del te.
Ma insomma non sono certamente la prima che si occupa del te verde in polvere, e non sarò l'ultima. Ma la questione più interessante qui è quella di avere tra le mani una cosa preziosa che in Italia diventa ancora più preziosa visto il costo (25 grammi circa 30 euro) e che in Giappone è più preziosa per il significato che altro, anche se dipende molto dalle marche. E poi c'è un maccia superiore per la salute, per così dire, e uno un po' meno di valore per la cucina. Così sono emozionata per questa polverina magica che è già diventata mia compagna di vita, che scandisce a suon di te e teucci ogni giorno.
Allora, dicevo, non sono certo la prima. E infatti la mia ricetta l'ho presa dal blogricettario di Cavoletto di Bruxelles. Non ho variato nulla a parte la quantita di maccia, non uno e mezzo di cucchiaio, ma due. Col burro, perché i sablé son a base di burro e zucchero a velo, il sapore selvatico e algoso del te è assorbito, così bisogna forzare un po' la mano.
Ah, e con un po' di preparato di burro, lo zucchero a velo e il maccia, fase dei biscottini appena prima che vi si aggiungano farina e uova, ci ho fatto una crema verde brillante da spalmare sul pane.
Le forme del coniglio vengono da uno stampino giapponese di Miffy, la sorellina (olandese) di Hello Kitty.

Ingredienti
farina 215g
zucchero a velo
100g
burro
150g
tuorli
3
tè verde maccia 2 cucchiai
zucchero semolato

Prendo il te e lo miscelo bene con lo zucchero a velo. La ricetta diceva di setacciare, ma io non avevo setaccio, quindi...Poi verso le polveri nella terrina e aggiungo il burro morbido morbido, tagliato a dadini, e mescolo con la spatola per ottenere una crema verde brillante (a questo punto salvo da parte qualche cucchiaino per il famoso burro da spalmare). Poi aggiungo a poco poco la farina e spatolo e poi metto i tre tuorli. A questo punto avvolgo la pasta nella carta pellicola e lascio in frigo almeno un paio d'ore (a me è venuta meglio così o sennò 15 minuti in freezer). Ritiro l'impasto e lo stendo col mattarello poi ritaglio i biscotti e li spolvero con lo zucchero e li dispongo su una teglia con carta da forno. Poi faccio cuocere per 10/15 minuti (dipende dal forno) a 180 gradi. Come suggerisce Sigrid: si devono appena colorare i bordi.


lunedì 16 novembre 2009

Una cioccolata con Chizu, messaggera di maccia!

Sono un po' dispersa per le strade di Bologna. Di qua e di là con la mia bicicletta (il tempo la settimana passata è stato splendido, da domani si vedrà...) che mi permette agili spostamenti, davvero tanti negli ultimi tempi. Come freelance non sto mai ferma tutto il giorno in un posto, come persona non sto mai ferma con la testa più di....boh! insomma, son piuttosto agitata.
E comunque questo post che vede raffigurata una deliziosa cioccolata bevuta al Bandiga dalla mia amica Chizu, mentre io optavo per un caffè, è per dire che nelle prossime puntate parlerò

1- di un mitico ristorante vietnamita-thai all'ombra delle due torri la cui padrona spesso e volentieri mi sgrida...proprio così. sembra di stare in collegio, molto all'acqua di rose, certo...ma insomma, la "direttrice" è piuttosto severa. Anche se alle alunne indisciplinate fa sorridere. E vi parlerò delle due regole fondamentali da applicare ormai nei ristoranti cinesi italiani. Certe "cattive abitudini" per un'indole di omologazione si prendono su troppo velocemente...eh eh.
2- di cosa ne ho fatto del maccia (il matcha Chizu lo scrive così....amorevole) che Chizu mi ha portato da Tokyo dove effettivamente costa tanto tanto meno rispetto a Bologna, almeno!
3-di quella polenta che è diventata plumcacke in un remix un po' bizzarro
4- di un concorso ciboso molto bello che sta per essere lanciato da Bologna verso tutta Italia e che mi entusiasma parecchio! Sarà una cosa molto nuova...
5- di una cena stupenda fatta a casa di un "compare" di yoga che cucina divinamente ed è un vero gentleman

Bene, a prestissimo! ;-)

martedì 10 novembre 2009

Crocchette di patate e pinoli tostati ricoperte di sesamo

Oggi stavo ripensando a un certo periodo della mia vita passato a lungo a Berlino. Quando arriva l'anniversario della caduta del muro è sempre un po' così...penso sempre a com'era prima la città e a come è diventata poi. A quando c'era il muro e i coniglietti selvatici erano gli unici a passare senza bisogno di passaporto da una parte all'altra della città. A quando si partiva presto da Berlino ovest per andare in gita all'est per esplorare quella città che ci si mostrava esotica perché "proibita". Ed effettivamente quando attraversavi la frontiera a Check Point Charly, sentivi un po' di brividi, anche se poi non succedeva nulla di incredibile. Però...però ti si apriva un mondo di cose "nuove" che da noi avevano forme e colori ben diversi. Ad esempio il design era tutta un'altra cosa. Anche se alla metà degli anni Ottanta era contemporaneo, ai nostri occhi pareva di un'altra epoca. Quasi vintage. Ed entrare ad esempio nelle ferramenta era un viaggio esilarante. Trovavi oggetti per la cucina stupendi. Come un tostapane rudimentalissimo e dallo stile essenziale che ancora conservo e che ho ritrovato sul libro della Taschen dedicato al Design della DDR. E nei negozi di alimentari acquistavo il latte nel cartoccio triangolare (da noi negli anni Settanta o forse Ottanta c'era la panna così se non sbaglio e la cioccolata all'arancio, che a Bologna non riuscivo a trovare). Infine era obbligatorio un passaggio da Pankow (il quartiere burocrate che mi piaceva perché si chiamava come una band fiorentina che seguivo a quel tempo e che oggi ingloba il famoso e bohèmien quartiere di Prenzlauerberg) dove c'era una pescheria con chiosco per vendita di pesce fritto (forelle, trota) e crocchette di patate (Kartoffelkroketten). Cose buonissime a due lire.
Quelle crocchette mi hanno ispirato la ricetta che mi sono preparata ieri sera e che ho fotografato questa mattina. Naturalmente rivedute, con qualche aggiunta di quel che piace a me, ma con quel ricordo appiccicato.

Ingredienti
3 patate (7/8 crocchette)
due cucchiai di pinoli
quattro cucchiai di emmenthal
sesamo quanto basta per impanare
sale e pepe a piacere
Contorno: porri saltati nella soia

Faccio cuocere le patate finché non si sono ammorbidite. Nel frattempo tosto i pinoli e li sminuzzo. Quando le patate sono morbide le libero dalla buccia e le spappolo con la forchetta. Aggiungo i pinoli e il formaggio grattato, il sale e il pepe. Faccio delle palline che appiattisco, le passo nel sesamo e quando l'olio è caldo le intingo e le faccio cuocere da una parte e dall'altra. A parte taglio un po' di porro e lo faccio saltare in padella con un po' di soia per infondere un po' di sapidità. Il porro serve per accompagnare le crocchette.

domenica 8 novembre 2009

Ciao ciao Gourmet


Ieri mi è arrivata l'ultima copia di Gourmet. Ormai da un mese nella rete la notizia viaggia di blog in sito, tra foto di smantellamento uffici, commenti, dichiarazioni. E intanto Ruth Reichl continua a tenere il contatto coi suoi lettori attraverso Twitter. Quindi non è che io devo dire chissà cosa. Non aggiungerei nulla. Però insomma, un giornale che chiude fa sempre un certo effetto. E trovarsi tra le mani l'ultima copia che chiude un' epoca, senza nemmeno un editoriale con saluto, è ancora più spiazzante. Con la direttrice che parla di routine casalinga, proponendo una storiascene del suo quotidiano, dell'arte del ricevere, del Thanksgiving che verrà con tutte le sue usanze, il tacchino...le porcellane Wedgwood... lei ignara del burrone che è poco più in là ad aspettarla. O forse no....Chissà come è andata!!!
E insomma, Gourmet chiude proprio il mese che esce il film su Julie & Julia (con Julia erano, culinariamente quasi coetanei) che ufficializza e rende noto a tutto il mondo l'esistenza, il proliferare, il successo e le possibilità dei foodBlog. Le coincidenze mi piacciono e le inseguo. E se muore la carta stampata di Gourmet, quella italiana si sta dando fantasticamente all'articolo sui blog del cibo. Anche oggi ci ha pensato Repubblica con due paginone e un po' di nomi, molto noti agli appassionati: Il pranzo di Babette, Comida de Mama, Cavoletto di Bruxelles e Un Tocco di Zenzero.
Ok, mi preparo domani, per capire come salvare l'abbonamento che scade a febbraio che verrà molto probabilmente sostituito con Bon Appetit! (da leggere come Julia-Meryl Streep, svp).

sabato 7 novembre 2009

I foodblog, il cinema e la carta stampata che arriva dopo...



Questa mattina la mia amica Silvia, esperta di rassegne stampa per la sua agenzia, mi ha spedito per email un articolo commentando che mi poteva interessare! E aveva ragione, perché il titolo era Questa sera cucina il web. Letto il titolo non era difficile immaginare il resto. Un articolo che parla di blog devoti al cibo, materia a me e a voi cara. E non era necessario guardare la foto di Maryl Streep per immaginare che l'articolo prendeva spunto dalla recente uscita del film di Nora Ephron "Julie and Julia" di cui si è parlato tanto e si è dibattuto tanto ( a me è piaciuto molto, mi ha persino commossa). Cosa più che normale visto che si mettono in campo, assieme, un interesse puramente cinematografico, coi cinéphile che lo giudicano da film (e magari lo criticano e criticano la Meryl) e gli appassionati di cucina che ci trovano molto altro. Si aggiunge però una terza categoria, che si sente chiamata in causa visto l'argomento, e cioè quella dei foodblogger che gode di fronte a un film che parla di loro, dei loro sogni, del tempo investito su una passione che diventa ossessione. E che dà grande motivazione, diventando, in alcuni casi, un lavoro.
Quindi, tornando al principio del mio discorso, mi fa sorridere come in Italia (parlo di quel che conosco) si parli di certi fenomeni solo quando succede qualcosa di ufficiale che li mette in luce. E' il caso del foodblogging.
Una notizia ormai vecchia, superata dal sapere e dalla conoscenza popolare che supera di gran lunga la carta stampata.
Ci voleva un film con Meryl Streep, firmato da una grande regista, per far sì che si affrontasse la questione sui quotidiani. Una questione che, si sa, è diventata un grande fenomeno di massa sulla rete, terra battuta tutti i giorni da migliaia di utenti che cercano notizie e centinaia di blogger che le generano. Ma questo mondo enorme che si muove nella dimensione 2.0 e che costituisce un fenomeno interessantissimo di partecipazione spontanea non era sufficiente a far notizia. Forse perché la cucina non è ancora presa tanto sul serio come fatto culturale e anche perché la rete gastronomica è fatta e costruita da tante persone senza però un nome altisonante. E se manca il nome, la notizia non c'è. Se ci fosse stata una famosa modella o l'attore di grido che, appassionati di fornelli, hanno aperto un blog, allora sì che si sarebbe parlato di blog e food già da tempo. Ma niente. Mi viene in mente una scenetta che accade non di rado nelle redazioni, con la/il giornalista di turno, magari collaboratori, che provano a proporre una notizia del genere. Niente da fare. La gente non fa notizia e le notizie fresche e non omologate non sono una priorità. Sono arrivate così le nostre Giulie (e anche la cara Nora) ad aiutarci e a imporre la notizia ai giornali. Una che, quando non esistevano i blog e fare un libro di ricette era la vera sfida, passava sopra al tempo, alle ore di lavoro e a tutto, per tenere alto il suo credo. L'altra ha fatto la stessa cosa con il suo diario telematico. Come fanno tante blogger e tanti blogger oggi che, curando questa passione privatissima ma per tutti e facendolo con rigore e spontaneità, si stanno forse costruendo un interessante futuro.
E poi insomma, il blog forse non paga di per sé ma porta tanti link interessanti, tante nuove idee, mette a disposizione saperi preziosi, fa conoscere persone preparatissime e informa più di certe riviste che si trovano in edicola e si pagano. Ed è come il vostro curriculum che non dovete far leggere forzatamente a qualcuno. Saranno gli altri a volerlo leggere e a volerne sapere di più. Siete d'accordo?

martedì 3 novembre 2009

Miss Favela, cucina brasiliana a Bologna


Ci ho messo un po' a fare questo post - l'ho quindi lasciato decantare - perché non ho gran belle foto. A volte mi capita di essere maldestra e così ho preso con me la macchina fotografica ma senza scheda. E dopo aver scattato un po' di foto, andando a riguardarle, mi sono accorta che non c'erano. Né foto né card. Così sono ricorsa all'unico apparecchio immortalafoto che avevo con me, il mio cellulare. E quel che ho portato a casa è stato grazie al mio Fido.
E comunque, arriviamo al fatto.
Il ristorante brasiliano di Bologna, il Miss Favela, è nato circa ue settimane fa in via Mascarella 5. Sono andata all'inaugurazione e ci sono tornata anche una settimana fa, per mangiare un piatto completo, visto che all'apertura c'era un minitris di assaggi che lasciavano solo immaginare. Però già in quella fase mi aveva attirata questa cucina che avevo assaggiato l'ultima volta più di dieci anni fa, quando ero stata in viaggio da Rio a Bahia e poi a Rio col Carnevale di Cento, una cittadina vicino a Bologna, allora gemellata con Rio.
Mi ricordo che alcune cose non riuscivo a mangiarle tutte le sere. La cucina brasiliana è un tripudio di odori e sapori e tutti i giorni per una settimana intera è troppo per me. Ogni tanto ho bisogno di far penitenza...sarà l'educazione cattolica che mi porto dietro con tanto di servizio da chierichetta... Insomma, mi ricordo di aver adorato la fejoada, il latte di cocco (quello verde), la muqueca de peixe (lo stufato di pesce di Bahia) e poi l'acaraje, un panino di pasta di fagioli cotta nell'olio di dende (un olio di palma rosso, fondamentale nella cucina brasiliana) ripieno di gamberetti, cipolla e insalata, street food bahiano venduto però in tutte le strade brasiliane dalle signore vestite di bianco.
Quindi sono andata con curiosità a provare i piatti.
All'inaugurazione ho assaggiato i gamberi con la zucca, che mi sono piaciuti e gli spaghetti di soia con verdure e gamberi, che mi hanno sorpresa perché non sapevo che gli spaghettini che abitualmente mangio nella cucina cinese sono anche in quella brasiliana.
Quando ci sono tornata ho ordinato una cosa che mi intrigava molto e che non era male, ma decisamente non era quel che viene venduto sul menu. E l'ho scoperto solo dopo...a casa...presa dalla curiosità di capire esattamente cosa avevo mangiato. Che non mi era dispiaciuto. Mi aveva solo fatto riflettere su come si può ridurre un'aragosta ai minimi termini e sminuzzarne la carne e ricoprirla di mille sapori e farne il finto ripieno di una cappasanta. Mi sembrava eccessivo. Ma non è che io sia un'esperta di cucina brasiliana, eh! E infatti quel ripieno lì, è di granchio! In portoghese suona come "Casquinha de siri" (qui c'è aggiunto favelada per ricordare un'appartenenza alla favela) e in italiano è tradotto come "Aragosta alla Miss Favela". Prezzo 15 euro. Il piatto più caro del Miss Favela. Quindi mi son pensata che poteva esserci in quel preparato per cappasanta anche solo un 5% di aragosta...ma pare che la ricetta originale non preveda. E con un 5%, comunque, che ci stai a dire?
Quindi mi sento un po' buggerata, perché non è che ero andata al ristorante con il vocabolario o avendo studiato a lungo i piatti principali. Ho deciso di scegliere quel che più mi aveva colpito e son rimasta abbastanza soddisfatta di quel che ho mangiato, perché il sapore era buono, ma francamente il gusto preponderante era poi quello delle spezie, ma non avrei saputo dire se ci fosse aragosta o un signor granchio x.
Come antipasto ho scelto il Miss Favela: bolinhos de bacalhao, de camarao, coxinha de frango e pao de quejo, ovvero polpette di baccalà (buone buone), di gamberi (non male), crocchette di pollo (non mangiate poiché non mangio carne di pollo) e panini di formaggio, teneri teneri sia da guardare che da mangiare...e gustosi. Da bere una birra Jupiler piccola. Come dolce la mousse di caffè...che non ho amato particolarmente. Totale 8+15 (suri, porzione che da sola non si affronta, ci vuole qualcosa in più)+4+2,50=29,50.
Ho parlato con il proprietario e cuoco, Claudio, che è stato tanti anni in Brasile dove aveva un ristorante, se ho capito bene, italiano. La sua idea è quella di proporre una cucina fusion, un Brasile adattato agli ingredienti che più facilmente si trovano qui e propenso a un vero incontro di culture. Il che mi pare interessante. Quindi il menu cambierà, si rinnoverà. Il posto in sé, è secondo me carino. Sembra un bistrò... però brazilero coi colori giallo, verde, blu e bianco predominanti e foto alle pareti. E' accogliente e fresco, infonde un po' di aria di Bahia nel cuore.
Vorrei lasciar passare un mesetto e tornare a vedere come procede. Può solo migliorare.